Botte-Buona

Non dare risposte ma trova le domande...
venerdì, 01 maggio 2009

Visitando le ferite di L’Aquila

 

25 Aprile, 18 giorni dopo il terremoto proviamo a confrontare la nostra normalità con chi se l'è vista bruscamente sottratta. Lungo l'altopiano di Navelli, notiamo chiese violate, dentro paesaggi che restano, malgrado tutto, incantevoli. Dove i pastori transumanti trovavano ristoro ci sono mura che non hanno resistito, ma anche dipinti azzurri sulle pareti interne che si prestano all’occhio umano. A mano a mano che ci avviciniamo a L'Aquila notiamo ampie distese colorate di blu elettrico: le tendopoli, attrezzate ora per necessità ora per precauzione. Onna, San Gregorio, Paganica sono i primi centri che riusciamo a intravedere, i più colpiti dalla disgrazia. Lungo la strada principale vi erano case e palazzi. Ora sono un cumulo informe di sassi e calce ammucchiati. Dentro L’Aquila la sensazione è di una pace inverosimile. Poche auto e nessun pedone. La città ha sospeso la sua identità di capoluogo di un occidente frenetico. Come ogni organismo che si difende è pieno di cellule buone: gente con divisa ed elmetto: Vigili del Fuoco, Guardie Forestali, Volontari. Ognuno con lo stesso compito: mettere in sicurezza edifici e tutelare coloro che hanno subìto. Il forte spagnolo ha tenuto bene ma dentro è pericolante. La Basilica di San Bernardino sembra essere stata bombardata da mani ignote. La Basilica di Collemaggio ci ingannerà. Sembra intatta, ma solo perché l’ha parzialmente sorretta una grossa impalcatura di ferro, che fortuitamente non è stata smontata da mesi. Le mura di cinta della città si sono sgretolate e i macigni bianchi sono per strada. Siamo arrivati, imprudentemente, nei pressi di Piazza del Duomo. Tra le vie del centro storico nulla è più ciò che sembra: case vecchie e case nuove lesionate e paurosamente inclinate ma anche case vecchie e case nuove integre. Il terremoto è strano, e forse l’uomo è ancora peggio. Nelle tendopoli ci commuoviamo. Ci sono suore all’opera all’insaputa dei genitori. Fotografo un bimbo che gioca a palla. Lui, non ha grossi pensieri. Chi ha faticato una vita intera invece sì. Sulla strada del ritorno entriamo ad Onna. Incontriamo Gianni, un altro uomo in divisa, della protezione civile. Insieme ai colleghi di Torino ci parla del caos delle prime ore e delle difficoltà di quelle successive. Ci consegnano la fotocopia di un biglietto loro dedicato: è stato riempito da una bimba delle elementari. Li ringrazia per la loro simpatia ma precisa per iscritto che capisce il perché del loro atteggiamento duro e rigido, talvolta palesato.

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martedì, 14 aprile 2009

IL TERREMOTO DEI SENTIMENTI

Come tutte le esperienze umane il terremoto è un fatto perentorio, privo di possibilità di controllo e di previsione. In questi giorni appare evidente che decine, se non centinaia di persone, sono state vittime della superficialità di progettisti, ingegneri e imprenditori senza scrupoli, se è vero che il cemento di molte case si è sgretolato come niente. Quindi sono gli effetti - e non il terremoto in quanto tale - a mietere vittime. Scorrendo con lo sguardo l'elenco sterminato di deceduti sono incredulo a constatare che moltissimi sono giovani e bambini, senza colpa e con sogni frantumati sotto cumuli di macerie. Si polemizza contro le istituzioni, ed è anche plausibile che lo Stato faccia il possbile per iniziare un'opera di controllo e monitoraggio sulla qualità delle costruzioni. Ma i conti continuano a non tornare... Possibile che si è costretti persino a controllare che chi costruisce lo faccia aderendo a regole elementari e di buon senso? Ho l'impressione che molti adulti debbano tornare alle elementari e imparare almeno l'educazione civica e, forse, anche la gestione del denaro. L'unico auspicio possibile per il futuro è che le nuove generazioni imparino a rispettare se stessi e il prossimo e a impegnarsi perché nulla resti incompiuto, parziale o ingannevole.
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mercoledì, 08 aprile 2009

UN ABBRACCIO A TUTTI GLI AMICI COLPITI DAL TERREMOTO

Ho chiamato il caro amico Angelo di L'Aquila, per sapere notizie su di lui e la sua famiglia. "Siamo vivi", mi ha detto, e questa frase la dice tutta sullo strazio che ha colpito la popolazione aquilana nelle ultime ore. Il terremoto colpisce L'Aquila non già tutto l'Abruzzo, perché ne è il simbolo. Vorremmo fare tutti qualcosa e il rischio è sempre quello, che non riusciremmo mai a colmare l'angoscia e il dolore personale di uomini, donne e  bambini che subiscono il flagello di una terra inquieta. Resta quindi da far vivere la solidarietà e l'impegno a non dimenticare nessun dettaglio quando i riflettori saranno stati spenti; in Italia si ravvisa oggi più che mai l'urgenza di regolamentare meglio la sicurezza dei cittadini. Si è parlato di centri storici, ma a quanto pare sono crollate anche case relativamente nuove. Viene da pensare, e seriamente, di punire i colpevoli, ma sarebbe ancora poco, perché se qui non ci si mette in testa di voler lavorare tutti con serietà e correttezza torneremmo punto e a capo sempre, e i colpevoli, se mai ci saranno, potrebbero non essere giudicati adeguatamente.
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lunedì, 23 febbraio 2009

"NOI RAGAZZI DI OGGI NOI": ma ci rendiamo conto!?

Lunedì 22 febbraio è andato in onda lo speciale TG1 intitolato "Noi ragazzi di oggi noi". Che buffa denominazione. Sono andate in rassegna le serate più o meno consuete di ragazzi annoiati, per lo più teen agers. Le telecamere della Rai e uno dei suoi cronisti si sono interrogati sulle tante "stranezze" dei giovani delle metropoli che bivaccano davanti ad un muro, ballano dentro discoteche iperaffollate o filmano le loro scorribande e le pubblicano su YouTube. Per carità, è giusto, per dovere di cronaca, parlare di ciò che non va e che di droga o di alcool si può morire. E tra l'altro, l'autore del programma un pò di intelligenza l'ha impiegata, perché ogni tanto, santo cielo, appariva il poeta Davide Rondoni, il quale con massima obiettività ha fotografato la realtà effettiva, che non è fatta solo o soltanto di giovani sbandati ma anche di adulti irresponsabili. Bravo Rondoni, che è riuscito a far capire con poche e semplici parole che ogni effetto ha una causa. Ora, educare i propri figli oggi è qualcosa di difficile, come lo è sempre stato. E ancora più difficile è scegliere con responsabilità come e perché metterli al mondo. In ogni caso, se è vero che YouTube è diventato un veicolo di esagitazione ed emulazione, se è vero che le discoteche sono il regno del vizio e della esagerazione, se è vero che i giovani si annoiano a morte davanti ad un libro e preferiscono vagare senza meta con le proprie macchine... beh, se è vero tutto questo ed esiste uno Stato, un autorità o un potere, perché mai, quantomeno, non si parla della fonte del problema più che delle sue vittime? Perché non si dice che la libertà deve avere il suo limite perché di fatto chi ne abusa condiziona pericolosamente i più deboli e furbescamente ne è immune e, anzi, ci guadagna pure un sacco di soldi? Non si tratta di attaccare la democrazia o i diritti umani, ma soltanto di regolarli in base ai tempi nel tentativo perpetuo di correggere il sistema. Francamente, quei giornalisti che giocano il ruolo degli scandalizzati perché non si spiegano perché alcuni ragazzi filmano le proprie serate in discoteca, mostrano minore modernità della nonna. Mi ricordo a mala pena soltanto due nonni anziani. Quanto mi mancano!
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domenica, 22 febbraio 2009

UN PENSIERO A CHI SI ADOPERA

Chi si adopera, e davvero, è colui che spesso lavora dietro le quinte. Se egli ha la testa bassa è solo perché sta pensando al risultato e come raggiungerlo al meglio. In realtà non penserà mai troppo né tantomeno temerà di essere sminuito o richiamato. Eppure, c'è sempre chi farà forza più sui suoi punti deboli che sul 90% della qualità del suo lavoro. Ma questo, in realtà, è per lui un motivo di gloria, perché avrà la prova che gli è proprio riuscito ciò che molti altri non avrebbero il coraggio né l'abilità di fare. Chi si adopera può essere la persona che non ha mai preso buoni voti, perché gli sfuggiva il senso di rendere conto a insegnanti ingrati e demotivanti. Forse non arriverà mai al successo, ma altri, in silenzio, glielo riconoscono, e con grande ammirazione. Chi si adopera sul serio è colui che scomemtte sempre su se stesso e infrange le regole scritte e non scritte di questa nostra realtà che la televisione ci indica come crollata e priva di valori. Prova a confidarti, a sfogarti, o a confessare un tuo problema a questa persona e ti accorgerai che con il suo semplice e solo ascolto ti farà riflettere molto. Egli sa benissimo che l'ultima cosa da fare è compatire, perché ogni situazione non gli appartiene solo momentaneamente. In realtà, si rende conto di non essere  prescelto per situazioni scomode, ma che potrebbero accadere proprio a lui in momenti diversi. Ecco perché alla compassione preferisce il rispetto  per gli altri - senza giudizi - con la compartecipazione ai loro sentimenti con spirito di ascolto e aiuto sincero, anche con piccole parole, gesti e pensieri. Chi si adopera è la persona che parla il meno possibile, perché sa che su questo mondo la verità sta altrove e che non può permettersi il lusso di proiettarsi laddove è difficile andare, pena lo spreco di energie e la perdita di credibilità da parte degli altri. Chi si adopera veramente è colui che ti dirà le cose come stanno, senza mai girarci intorno. Sentirai il bisogno, anzi, l'onore, di interpellarlo di nuovo. Se un giorno da qualche parte leggi di qualche grande impresa, di un valido progetto, di perfette conquiste, sappi che dietro può esserci una sola persona, la quale sa sfruttare ogni ora del suo tempo per innaffiare la piantina di un'idea sino a renderla matura, pronta per ossigenare lo spazio. Non criticare chi si adopera, è inutile. Egli rimarrà sempre ciò che è: una persona che viaggia con una velocità costante e mai sopra i 110.
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giovedì, 19 febbraio 2009

OMOFOBIA O ETEROFOBIA?

Ancora inutili polemiche e polveroni su argomenti nulli come nulla è la presunzione di chi pretende di capire e peggio ancora di giudicare ciò che non è interpretabile ad una prima lettura. Questo è il sunto di quanto accaduto intorno alla canzone di Povia: "Luca era gay", che ha scatenato da una parte i giudizi impropri dell'Arcigay e dall'altra osservazioni poco democratiche di personalità del mondo politico (leggasi la Mussolini). Mentre si compiva tutto questo, la canzone era ancora ignota, come i suoi contenuti. Vladimir Luxuria, con la sua tipica vivacità astiosa, ha attaccato il mondo dei "normali" giudicando la canzone come offensiva contro coloro facenti parte della natura omosessuale. Paolo Ferigo, presidente dell'Arcigay, ha aggiunto il carico, dicendo che Povia deve imparare dai gay, esempio di sensibilità e amore verso l'altro. Nulla da ridire se non fosse per il presupposto insussistente di tutto questo.  La canzone, dopo che è diventata nota ha insegnato che non vale la pena avanzare giudizi frettolosi non fosse altro perché non critica né discrimina  affatto gli omosessuali. Sbaglia la Mussolini e quanti reputano orripilante avere un figlio gay, sbaglia Ferigo, Luxuria e quanti come loro difendono ciò che non è stato mai attaccato. Certamente, esiste una forma di discriminazione a scapito degli omosessuali ma il cotesto di Povia non c'entra ed è servito a dimostrare da una parte il vezzo dell'omofobia e dall'altra quello dell'eterofobia. Già, perché anche la comunità gay dovrebbe evitare ormai di ingigantire i problemi e mostrare meno insicurezza, fragilità. Non sono tutti contro i gay e questo dovrebbero saperlo. Grande Benigni che ha risolto la questione con un messaggio di grande umanità. Essere gay significa e ha significato amare un altro. Ormai non si fa altro che costruire impalcature intrise di pregiudizio intorno a tutti coloro che sono diversi e la storia ci ha insegnato anche che sono stati perfino oppressi nel sangue. Ma qua, dopo millenni di storia, qualcuno deve ancora spiegare quale significato reale ha "diversità" e quale "normalità".
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lunedì, 02 febbraio 2009

RIFLESSIONI SULLA NOSTRA RAZZA

Un'altro episodio di umana barbarie ha colpito le coscienze. Un gruppo di sbandati ha tentato di uccidere un clochard indiano vicino Roma, colpevole solo di essersi trovato nel posto sbagliato nell'ora sbagliata. In queste ore si dicono e si fanno molte cose. C'è che protesta in difesa degli immigrati e chi li attacca, profittando dell'ebbrezza ideologica estremista. Io credo che ci sia una gran confusione. Sbaglia anche uno dei connazionali dell'uomo ferito; a suo avviso si tratta di un atto di inesorabile razzismo. In base ai dati deducibili dalle indagini, il gruppetto di ragazzotti sono la conferma che qualcosa non va nel sistema. Sotto le loro mani poteva trovarsi chiunque e lo conferma la loro confessione: "L'abbiamo fatto per rendere la serata diversa". Ora, se è lecito condannare chi commette simili gravissimi reati è lecito anche riflettere sulla situazione di degrado culturale che parte dall'individualismo e arriva dritto nelle piazze e sulle strade, negli abitacoli di macchine che vagano senza meta, nei bar colmi di giovani annoiati, davanti ai muretti dove si respira cannabis. C'è un esasperato bisogno di dimostrare a se stessi e agli altri di valere qualcosa, a costo di compiere gesti inconsulti, e ormai, a quanto pare, l'età non conta neppure più.
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venerdì, 30 gennaio 2009

STORIA DI UN POSSIBILE MIGRANTE (IO)

Mi preoccupo e non poco. Mi riferisco alla brutta storia degli immigrati, delle tragedie in mare, dei lampedusani esasperati, di un'opinione pubblica preoccupata. L'immigrazione è storia vecchia. Se ci confrontiamo con i decenni o i secoli passati non scopriamo nulla di nuovo in quanto a questo fenomeno. Oggi più che mai si pone un problema: come equilibrare l'afflusso di clandestini e il loro diritto umano a difendere la propria dignità, con l'ordine statale e amministrativo della nazione? Come bilanciare, poi, ambedue con il quadro normativo sovranazionale dell'UE oppure con organi, accordi e trattati planetari sulla difesa dei diritti umani? Si riuscirà a trovare una soluzione che in definitiva arrivi a soddisfare l'esigenza di ordine e di sicurezza dei cittadini italiani e di Lampedusa senza offendere nessuno, e in particolare i grandi maestri della retorica di contrasto che non amano approvare le scelte del governo di turno? Il problema è questo: se li rispedisci indietro commetti peccato e te lo insegnano quelli dell'opposizione. Non sono molto intelligenti ma ti fanno riflettere, eccome. Credo che fra qualche tempo si dovrà cambiare qualcos'altro perché, noi dal secondo mondo stiamo scivolando (con la crisi) al terzo tipo e sin quando avremo forze e risorse dovremmo impegnarci per aumentare la solidarietà per i più deboli. Poi, ho un'impressione, magari sbaglierò. Io accoglierei chiunque, sia chiaro. Forse però tra gli stranieri circola voce che l'Italia o l'Europa somiglino proprio a ciò che viene veicolato alla mente da certi messaggi artefatti, televisivi, cinematografici, mediatici. Mi pongo una domanda, ma chi arriva qui e fa danno mica è quel disgraziato che non è riuscito a trovare quel che cercava? Beh, ora basta. Basta con questa storia che qui si sta bene o meglio. Non è più vero. Vorrei urlarlo con l'altoparlante.
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domenica, 16 novembre 2008

Messina: un posto da ricercatore, un solo candidato: il figlio del professore

Il padre: «I figli dei docenti sono più bravi perché hanno tutta una "forma mentis" che si crea in famiglia»

In un concorso per ricercatori si presenta una sola persona, ed è sospettata di essere favorita in quanto, il padre, in pensione, ha insengato all'Università. Può darsi che non sia vero e che il giovane è effettivamente promettente e meritevole. In ogni caso mi chiedo come mai simili bandi non siano reputati nulli, dal momento che "concorso" vuol dire "partecipazione con altri". E tra gli altri potrebbe esserci anche il più bravo, perché no. Questo evento pare essere il termometro che misura lo stato d'animo e gli usi di questa nostra Italia, dove ognuno prende atto della realtà, che è fatta di nepotismo e corruzione, retaggi assurdi che resistono ancora e che rischiano di omologare ancora di più la "non-qualità" (in questo caso essa riguarda l'Università). "Che ci vado a fare ad un concorso se già a priori conosco come va a finire?" E' il primo pensiero dei giovani di fronte alla possibilità di "concorrere", che impedisce tra l'altro di spingere alla crescita personale e riduce il loro l'impegno già da quando diventano maggiorenni. Inoltre sento spesso che gli stessi annunci di offerta di lavoro in realtà sono solo fini a se stessi, non so per quale motivo e non ho neppura voglia di saperlo. Figuriamoci, poi, i concorsi per titoli e/o esami. Se non ci sarà una seria disciplina che valorizzi i giovani meritevoli, e non solo i figli dei professori in pensione, e tale da generare una sana e proficua gara di impegno allo studio, la stessa Università diventerà sempre di più un'azienda di cartone, dove studenti fuori corso arrivano a 28-30 anni per laurearsi, avendo pagato una costosa tangente per il loro smarrimento successivo. 

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categoria: cultura, opinioni, vita, storie, giornalismo, societĂ 


mercoledì, 12 novembre 2008

OPINARE

Hannah ha tredici anni e rischia di morire di leucemia. Ha scelto volontariamente di non sottoporsi a trapianto di cuore, che potrebbe rappresentare una minima speranza di sopravvivenza. La questione ha spaccato in due le opinioni del lettori del Corriere della Sera. Ancora una volta siamo di fronte ad un personaggio che rivendica la propria libertà di scegliere il proprio destino. C'è chi contesta il Vaticano, giudicato "arrogante con i suoi dogmi" e c'è anche chi giudica il diritto a morire "una questione piuttosto complessa". E in effetti è così. Sperare nel recupero è sempre corretto, rispettare la volontà di un essere umano che non ce la fa più, sembra un fatto fuori dal mondo, ed è un dato di fatto, peraltro condivisibile. Provo a riportare alcune considerazioni personali rispetto all'idea che esistono persone che prefersicono la pace alla sofferenza, la comprensione all'ignoranza, l'aiuto reale al sordo egoismo. Siamo un po' tutti affetti da un duplice difetto, che colpisce tanto la persona che soffre di un problema quanto colui o colei che potrebbe o dovrebbe aiutarlo. La persona sofferente non sempre può chiedere aiuto, aggiungerei che talvolta non è in grado oppure preferisce tenere per sé il proprio peso, temendo che gli altri siano inadeguati, indifferenti o realmente ignoranti. Anche la persona che può aiutare, spesso è nella condizione di non poter fornire un sostegno decisivo. Anche davanti all'evidenza preferisce deviare, cambiare discorso e, peggio ancora, tentare un approccio che nulla a che fare con la comprensione e l'ascolto approfondito e interessato, che invece porterebbe a muoversi nella direzione giusta per trovare le soluzioni che l'altro non vede o non riesce a vedere. E noi dovremmo giudicare Hannah? Invito a guardarci come esseri umani con una coscienza, prima ancora che appartenenti a gerarchie od ordini. Detto questo, la famiglia di quella ragazza dovrebbe evitare di dare risonanza alla notizia, perché in questo modo si dà in pasto l'argomento a persone impreparate a esprimere la verità, e si crea il pretesto per organizzare la partita tra squadre di intellettuali alla ricerca del goal di opinione più spettacolare.

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