Visitando le ferite di L’Aquila
25 Aprile, 18 giorni dopo il terremoto proviamo a confrontare la nostra normalità con chi se l'è vista bruscamente sottratta. Lungo l'altopiano di Navelli, notiamo chiese violate, dentro paesaggi che restano, malgrado tutto, incantevoli. Dove i pastori transumanti trovavano ristoro ci sono mura che non hanno resistito, ma anche dipinti azzurri sulle pareti interne che si prestano all’occhio umano. A mano a mano che ci avviciniamo a L'Aquila notiamo ampie distese colorate di blu elettrico: le tendopoli, attrezzate ora per necessità ora per precauzione. Onna, San Gregorio, Paganica sono i primi centri che riusciamo a intravedere, i più colpiti dalla disgrazia. Lungo la strada principale vi erano case e palazzi. Ora sono un cumulo informe di sassi e calce ammucchiati. Dentro L’Aquila la sensazione è di una pace inverosimile. Poche auto e nessun pedone. La città ha sospeso la sua identità di capoluogo di un occidente frenetico. Come ogni organismo che si difende è pieno di cellule buone: gente con divisa ed elmetto: Vigili del Fuoco, Guardie Forestali, Volontari. Ognuno con lo stesso compito: mettere in sicurezza edifici e tutelare coloro che hanno subìto. Il forte spagnolo ha tenuto bene ma dentro è pericolante. La Basilica di San Bernardino sembra essere stata bombardata da mani ignote. La Basilica di Collemaggio ci ingannerà. Sembra intatta, ma solo perché l’ha parzialmente sorretta una grossa impalcatura di ferro, che fortuitamente non è stata smontata da mesi. Le mura di cinta della città si sono sgretolate e i macigni bianchi sono per strada. Siamo arrivati, imprudentemente, nei pressi di Piazza del Duomo. Tra le vie del centro storico nulla è più ciò che sembra: case vecchie e case nuove lesionate e paurosamente inclinate ma anche case vecchie e case nuove integre. Il terremoto è strano, e forse l’uomo è ancora peggio. Nelle tendopoli ci commuoviamo. Ci sono suore all’opera all’insaputa dei genitori. Fotografo un bimbo che gioca a palla. Lui, non ha grossi pensieri. Chi ha faticato una vita intera invece sì. Sulla strada del ritorno entriamo ad Onna. Incontriamo Gianni, un altro uomo in divisa, della protezione civile. Insieme ai colleghi di Torino ci parla del caos delle prime ore e delle difficoltà di quelle successive. Ci consegnano la fotocopia di un biglietto loro dedicato: è stato riempito da una bimba delle elementari. Li ringrazia per la loro simpatia ma precisa per iscritto che capisce il perché del loro atteggiamento duro e rigido, talvolta palesato.
In un concorso per ricercatori si presenta una sola persona, ed è sospettata di essere favorita in quanto, il padre, in pensione, ha insengato all'Università. Può darsi che non sia vero e che il giovane è effettivamente promettente e meritevole. In ogni caso mi chiedo come mai simili bandi non siano reputati nulli, dal momento che "concorso" vuol dire "partecipazione con altri". E tra gli altri potrebbe esserci anche il più bravo, perché no. Questo evento pare essere il termometro che misura lo stato d'animo e gli usi di questa nostra Italia, dove ognuno prende atto della realtà, che è fatta di nepotismo e corruzione, retaggi assurdi che resistono ancora e che rischiano di omologare ancora di più la "non-qualità" (in questo caso essa riguarda l'Università). "Che ci vado a fare ad un concorso se già a priori conosco come va a finire?" E' il primo pensiero dei giovani di fronte alla possibilità di "concorrere", che impedisce tra l'altro di spingere alla crescita personale e riduce il loro l'impegno già da quando diventano maggiorenni. Inoltre sento spesso che gli stessi annunci di offerta di lavoro in realtà sono solo fini a se stessi, non so per quale motivo e non ho neppura voglia di saperlo. Figuriamoci, poi, i concorsi per titoli e/o esami. Se non ci sarà una seria disciplina che valorizzi i giovani meritevoli, e non solo i figli dei professori in pensione, e tale da generare una sana e proficua gara di impegno allo studio, la stessa Università diventerà sempre di più un'azienda di cartone, dove studenti fuori corso arrivano a 28-30 anni per laurearsi, avendo pagato una costosa tangente per il loro smarrimento successivo.
OPINARE
Hannah ha tredici anni e rischia di morire di leucemia. Ha scelto volontariamente di non sottoporsi a trapianto di cuore, che potrebbe rappresentare una minima speranza di sopravvivenza. La questione ha spaccato in due le opinioni del lettori del Corriere della Sera. Ancora una volta siamo di fronte ad un personaggio che rivendica la propria libertà di scegliere il proprio destino. C'è chi contesta il Vaticano, giudicato "arrogante con i suoi dogmi" e c'è anche chi giudica il diritto a morire "una questione piuttosto complessa". E in effetti è così. Sperare nel recupero è sempre corretto, rispettare la volontà di un essere umano che non ce la fa più, sembra un fatto fuori dal mondo, ed è un dato di fatto, peraltro condivisibile. Provo a riportare alcune considerazioni personali rispetto all'idea che esistono persone che prefersicono la pace alla sofferenza, la comprensione all'ignoranza, l'aiuto reale al sordo egoismo. Siamo un po' tutti affetti da un duplice difetto, che colpisce tanto la persona che soffre di un problema quanto colui o colei che potrebbe o dovrebbe aiutarlo. La persona sofferente non sempre può chiedere aiuto, aggiungerei che talvolta non è in grado oppure preferisce tenere per sé il proprio peso, temendo che gli altri siano inadeguati, indifferenti o realmente ignoranti. Anche la persona che può aiutare, spesso è nella condizione di non poter fornire un sostegno decisivo. Anche davanti all'evidenza preferisce deviare, cambiare discorso e, peggio ancora, tentare un approccio che nulla a che fare con la comprensione e l'ascolto approfondito e interessato, che invece porterebbe a muoversi nella direzione giusta per trovare le soluzioni che l'altro non vede o non riesce a vedere. E noi dovremmo giudicare Hannah? Invito a guardarci come esseri umani con una coscienza, prima ancora che appartenenti a gerarchie od ordini. Detto questo, la famiglia di quella ragazza dovrebbe evitare di dare risonanza alla notizia, perché in questo modo si dà in pasto l'argomento a persone impreparate a esprimere la verità, e si crea il pretesto per organizzare la partita tra squadre di intellettuali alla ricerca del goal di opinione più spettacolare.